Il movimento politico nato, su iniziativa dei Paesi meno sviluppati sul piano economico e informativo, per introdurre un "Nuovo Ordine Mondiale dell’Informazione e della Comunicazione" (NWICO, New World Information and Communication Order), nonostante i grandi consensi raccolti attorno alle questioni riguardanti il diritto alla comunicazione, ha raggiunto scarsi risultati concreti. Parte del problema risiede nel fatto che il dibattito sul NWICO si è svolto prevalentemente attorno a due proposte centrali che spesso nascono da intenzioni contrastanti:
la difesa della sovranità nazionale
la democratizzazione della comunicazione
Pertanto molte nazioni si impegnano a introdurre delle leggi per limitare l’influenza delle agenzie di stampa e delle industrie culturali transnazionali, per accrescere il ruolo dei media governativi e per riorientare i media verso lo sviluppo e una maggiore solidarietà nazionale. Come i teorici della dipendenza sostengono, lo sviluppo può venire soltanto con il totale distacco dei sistemi economici locali dagli ex padroni coloniali.
Anche il movimento dei Paesi non allineati sostiene la posizione della sovranità nazionale nel campo della comunicazione, ma dice ben poco sulla democratizzazione. Infatti i Paesi in via di sviluppo hanno sì bisogno di assistenza dai Paesi industrializzati, ma in maniera tale da permettere loro una maggiore autonomia politica, economica e culturale; e cioè senza quella dipendenza politica che di solito accompagna gli aiuti stranieri unilaterali. E poiché i governi delle nazioni industrializzate sono impegnati a sostenere le loro industrie della comunicazione, ogni proposta di una politica esplicita per lo sviluppo della comunicazione nei singoli Paesi è destinata a incontrare non poche resistenze presso l’Onu e l’Unesco.
Per complicare ancora di più le cose, il blocco socialista adotta a un certo punto la causa della sovranità nazionale per proteggere i propri regimi autocratici, per cui molte nuove nazioni, guidate da un unico partito, appoggiano questa politica come base per costringere i diversi gruppi locali e tribali all’unità nazionale.
I Paesi capitalisti con governi liberali accusano immediatamente questo tipo di sovranità nazionale di essere solo una copertura per i regimi dittatoriali piuttosto che un sostegno alla democratizzazione della comunicazione e al diritto alla comunicazione. Pertanto, pur condividendo il bisogno di sradicare gli squilibri di comunicazione nel mondo, si impegnano a contrastare un NWICO inteso come copertura dell’espansione socialista, senza mai ammettere, però, che il loro reale interesse nei Paesi in via di sviluppo è di tipo economico.
Le pressioni politiche nei Paesi in via di sviluppo diventano intanto sempre più forti. Il processo di modernizzazione – per promuovere una rapida industrializzazione a costi bassi – in molti casi impone un duro lavoro ai contadini e agli operai . Ciò porta alla nascita di grandi movimenti popolari e alla richiesta di una democratizzazione diffusa, soprattutto nel campo della comunicazione.
Tali movimenti fondano le loro stazioni radiofoniche ‘alternative’, i loro giornali, teatri popolari, centri di informazione e altri media nella speranza di riunire un giorno tutte queste iniziative sotto l’egida di un unico governo realmente democratico. Queste alleanze popolari sono state le principali protagoniste nella diffusione mondiale della democratizzazione della comunicazione e della filosofia del diritto alla comunicazione.
Con l’introduzione dei media ‘partecipativi’ e delle reti di base (grassroot networking), esse hanno svolto un ruolo cruciale nell’instaurazione della democrazia politica in molti paesi dell’America Latina, del Sud Africa e dell’Europa dell’Est ( Comunicazione alternativa; Group media).
Tutti questi problemi politici vengono alla luce durante i dibattiti della XIX Assemblea Generale dell’Unesco tenuta a Nairobi nel 1976, alla fine della quale – e questo non sorprende – non fu raggiunta alcuna soluzione di compromesso. Per cercare di sciogliere il ghiaccio tra ‘Est’ e ‘Ovest’, l’Assemblea Generale chiede allora al Direttore Generale dell’Unesco di costituire una Commissione Internazionale per lo Studio dei Problemi della Comunicazione – meglio conosciuta come Commissione MacBride.
Il rapporto finale della Commissione dà però poco sostegno alla causa della sovranità nazionale (come i commenti del rappresentante sovietico mettono bene in chiaro) e appoggia invece la democratizzazione della comunicazione nel mondo.
Dopo la pubblicazione del Rapporto MacBride nel 1980, la segreteria generale dell’Unesco si rende conto che la priorità del suo mandato deve diventare quella di incoraggiare tale democratizzazione. Poiché ciò costituisce una minaccia politica sia per i Paesi socialisti sia per quelli capitalisti, i leader di entrambi gli schieramenti della guerra fredda sono per una volta d’accordo e immediatamente ritirano i loro rappresentanti dall’Unesco.
La democratizzazione della comunicazione come movimento politico e come politica legislativa viene così definitivamente messa a tacere e dopo i movimenti degli anni Settanta e Ottanta sono stati ben pochi i risultati raggiunti in questa direzione. Tuttavia, il dibattito sul diritto alla comunicazione rimane sempre importante, soprattutto nel campo socioculturale.
Autore: Robert WHITE
Nessun commento:
Posta un commento