La storia:
La comunicazione non aveva libera cittadinanza nei regimi assoluti e, insieme alla crescita della coscienza pubblica, è stato lo sviluppo dei mezzi di comunicazione a porre ai governi il problema di stabilire delle regole. (Censura)
Possiamo dire che la Chiesa gerarchica è stata in questo ‘maestra’ e non sempre ‘madre’, pur con tutte le concessioni dovute allo spirito dei tempi (Chiesa e comunicazione). Repressione, censura e licenza (imprimatur) sono stati gli strumenti per regolare la comunicazione.
L’Inquisizione, istituita dal Papa Lucio III nel 1184 ha esercitato un rigido controllo repressivo sulla comunicazione ogni qualvolta questa intaccava o sembrava intaccasse l’ortodossia. In particolare, l’Inquisizione spagnola creata da Sisto IV su istanza dei Re cattolici nel 1478, aveva fra le sue competenze, quella di
Ciò non impedì che nello stesso ambito cattolico si levassero voci che riconoscevano il valore stimolante della libertà di comunicare fatti, pensieri, opinioni: basti per tutti ricordare la figura di Erasmo da Rotterdam (1466-1536).
Ma è soprattutto la cultura laica, con lo sviluppo dell’Illuminismo nella seconda metà del sec. XVIII, a porre con forza, nei confronti così della Chiesa come dello Stato assoluto (in questo allora strettamente alleati), l’esigenza della libertà di comunicazione.
Fino a che le rivoluzioni moderne per eccellenza, quella americana e quella francese, formularono nelle rispettive Costituzioni il diritto alla comunicazione libera (allora circoscritto per ovvie ragioni alla parola e alla stampa), come pilastri della convivenza pubblica.
Le moderne Costituzioni:
La Dichiarazione dei diritti del popolo della Virginia, del 1776, proclamava
La scintilla che condannò definitivamente la monarchia borbonica nel luglio del 1830, furono le ‘ordinanze’ di Carlo X contro la libertà di stampa. E questa libertà fu uno dei cardini delle rivendicazioni delle rivoluzioni che infiammarono l’Europa nel 1848.
Via via, la libertà si veniva affermando ammettendo solamente i limiti riferiti all’ordine pubblico e alla morale, limiti di cui i governi usavano o abusavano, a seconda delle condizioni di forza nel momento dato, interpretandoli più o meno estensivamente.
In Italia, lo Statuto Albertino recitava:
Il regime fascista non ha formalmente abolito lo Statuto, ma ne ha di fatto radicalmente alterato la sostanza, abusando della repressione e della censura, istituendo forme di intervento diretto con le ‘veline’ del Ministero della Cultura popolare, cui i giornali dovevano attenersi nella cronaca politica.
La libertà è stata ripristinata solo con la Costituzione repubblicana del 1946.
La comunicazione non aveva libera cittadinanza nei regimi assoluti e, insieme alla crescita della coscienza pubblica, è stato lo sviluppo dei mezzi di comunicazione a porre ai governi il problema di stabilire delle regole. (Censura)
Possiamo dire che la Chiesa gerarchica è stata in questo ‘maestra’ e non sempre ‘madre’, pur con tutte le concessioni dovute allo spirito dei tempi (Chiesa e comunicazione). Repressione, censura e licenza (imprimatur) sono stati gli strumenti per regolare la comunicazione.
L’Inquisizione, istituita dal Papa Lucio III nel 1184 ha esercitato un rigido controllo repressivo sulla comunicazione ogni qualvolta questa intaccava o sembrava intaccasse l’ortodossia. In particolare, l’Inquisizione spagnola creata da Sisto IV su istanza dei Re cattolici nel 1478, aveva fra le sue competenze, quella di
"impedire la stampa di libri condannabili, perseguire le opere sospette, spurgarle e stabilire un catalogo delle stesse, per mettere in guardia i fedeli contro la loro lettura".Su questa scia, Paolo IV nel 1557 istituì il primo Indice ufficiale dei libri proibiti (giudicato eccessivamente ‘severo’, venne rivisto e promulgato da Pio IV nel 1564); nel 1571 Pio V diede vita alla Sacra Congregazione dell’Indice.
Ciò non impedì che nello stesso ambito cattolico si levassero voci che riconoscevano il valore stimolante della libertà di comunicare fatti, pensieri, opinioni: basti per tutti ricordare la figura di Erasmo da Rotterdam (1466-1536).
Ma è soprattutto la cultura laica, con lo sviluppo dell’Illuminismo nella seconda metà del sec. XVIII, a porre con forza, nei confronti così della Chiesa come dello Stato assoluto (in questo allora strettamente alleati), l’esigenza della libertà di comunicazione.
Fino a che le rivoluzioni moderne per eccellenza, quella americana e quella francese, formularono nelle rispettive Costituzioni il diritto alla comunicazione libera (allora circoscritto per ovvie ragioni alla parola e alla stampa), come pilastri della convivenza pubblica.
Le moderne Costituzioni:
La Dichiarazione dei diritti del popolo della Virginia, del 1776, proclamava
"la libertà di stampa uno dei grandi baluardi della libertà"Il Primo emendamento alla Costituzione federale degli Stati Uniti stabilisce che
"Il Congresso non delibererà alcuna legge... per la quale... si limiti la libertà di parola o di stampa".Analogamente la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino premessa alla Costituzione repubblicana della Francia rivoluzionaria nel 1789, affermava che :
"la libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo".Sotto questo aspetto, la storia dei due secoli che ci separano dagli avvenimenti rivoluzionari è caratterizzata dalle controversie e dalle battaglie fra le concezioni liberali e le riserve dei regimi assoluti sopravvissuti dopo la restaurazione post-napoleonica.
La scintilla che condannò definitivamente la monarchia borbonica nel luglio del 1830, furono le ‘ordinanze’ di Carlo X contro la libertà di stampa. E questa libertà fu uno dei cardini delle rivendicazioni delle rivoluzioni che infiammarono l’Europa nel 1848.
Via via, la libertà si veniva affermando ammettendo solamente i limiti riferiti all’ordine pubblico e alla morale, limiti di cui i governi usavano o abusavano, a seconda delle condizioni di forza nel momento dato, interpretandoli più o meno estensivamente.
In Italia, lo Statuto Albertino recitava:
"La stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi".E ancora sanciva che i libri di pertinenza ecclesiastica (Bibbie, catechismi, libri liturgici e di devozione) dovevano recare il permesso del Vescovo.
Il regime fascista non ha formalmente abolito lo Statuto, ma ne ha di fatto radicalmente alterato la sostanza, abusando della repressione e della censura, istituendo forme di intervento diretto con le ‘veline’ del Ministero della Cultura popolare, cui i giornali dovevano attenersi nella cronaca politica.
La libertà è stata ripristinata solo con la Costituzione repubblicana del 1946.
Autore: Piero PRATESI
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